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SARS-CoV-2/Covid-19 come impulso alla riflessione sul passato ed il futuro della medicina.

Questo manoscritto è stato redatto da Marco Manca accogliendo l'invito a contribuire una riflessione sulle azioni da intraprendere oggi per gestire il rischio ancora rappresentato dalla pandemia covid-19 e dalle possibili/attese pandemie zoonotiche future, rivoltomi dal Presidente della Società Italiana di Telemedicina Antonio Vittorino Gaddi. Potrebbe essere, in parte o in toto, pubblicato sulla rivista e-health edita da Edisef.

È licenziato sotto CC-BY4.0 ed è citabile usando il DOI: 10.5281/zenodo.6324892

Head of Apollo (1900) - Emille-Antoine Bourdelle (1861-1929) by Pedro Ribeiro Simões (CC-BY2.0)


Solo 100 anni fa l'"influenza spagnola", la peggiore pandemia registrata nella storia dopo la “peste nera”, uccise circa 50 milioni di persone, approssimativamente il 3% della popolazione globale stimata al tempo. Questo disastro diede impulso ad uno sforzo enorme nell’ambito della ricerca biomedica (Shope, Salk, Griffiths, Avery, …) [https://www.amazon.com/Flu-Influenza-Pandemic-Search-Caused/dp/B0001OOU7E], e di una maturazione dell’igiene pubblica screditando le teorie eugenetiche e rafforzando i concetti di medicina sociale e del territorio [https://www.smithsonianmag.com/history/how-1918-flu-pandemic-revolutionized-public-health-180965025/].


Col trascorrere dei decenni, ed il successo sempre più tangibile delle politiche sanitarie contro le malattie trasmissibili (eradicazione vaiolo, eradicazione di decine di patologie dell’infanzia dal mondo nord-occidentale), le narrative dominanti hanno sempre più enfatizzato il ruolo della ricerca scientifica e degli avanzamenti biotecnologici nel determinare le conquiste senza precedenti della nostra Sanità, ed è così che quando nel 2014-2015, in reazione all’epidemia di ebola in Africa occidentale, l’OMS formulò il concetto di Malattia X (“La malattia X rappresenta la consapevolezza che una grave epidemia internazionale potrebbe essere causata da un agente patogeno attualmente sconosciuto per causare malattie umane”), e  nel 2017 si lanciò CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) con il suo piano da $3,5miliardi per sviluppare e rendere disponibili nuovi vaccini entro 100giorni dalla comparsa di una “malattia X”, l’idea di preparedness era ormai quasi totalmente costruita sulla capacità biotecnologica.


L’emergenza del SARS/CoV2 nel tardo 2019, prima in Cina e poi rapidamente in Europa e US, ha però dato una forte scossa ai nostri sistemi [https://web.archive.org/web/20200409223427/https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/apr/09/deadly-virus-britain-failed-prepare-mers-sars-ebola-coronavirus]. Innanzitutto, i nostri piani sanitari di risposta a crisi epidemiche si sono rivelati inadeguati, o non ancorati alla fattuale realtà logistica dei sistemi sanitari su cui dovevano poggiare, determinando una situazione paradossale in cui i Paesi ipoteticamente più preparati ad una potenziale epidemia [https://www.weforum.org/agenda/2020/02/these-are-the-countries-best-prepared-for-health-emergencies/] sono risultati tra quelli colpiti più duramente dal covid19, e fra quelli la cui reazione è risultata più lenta e ostacolata da inadeguata disponibilità di risorse umane, e materiali. La risposta ha fatto perno, in Italia ed Europa, sullo sforzo per la costituzione di servizi di tracciamento ad hoc[https://www.sanitainformazione.it/salute/il-grande-fallimento-di-immuni-sullapp-presenti-solo-il-2-dei-positivi/], e sul supporto (tanto mediante finanziamento diretto, quanto mediante contratti dedicati di pre-acquisto e di sollevamento di responsabilità civile) alle aziende farmaceutiche e biotecnologiche coinvolte nella ricerca e sviluppo di misure profilattiche, principalmente vaccinali, nello spirito di CEPI. I vaccini sono stati sviluppati ed approvati in tempi rapidissimi [https://www.nature.com/articles/d41586-020-03626-1], e con risultati molto lusinghieri in termini di efficacia e sicurezza per la maggior parte di essi. Meno lusinghieri i dati di penetrazione delle campagne vaccinali a livello globale, con Paesi come il nostro arrivati alla terza dose, e già pronti alla somministrazione della quarta, mentre i LMICs faticano ancora nell’approvvigionamento delle prime dosi. E altrettanto poco lusinghieri i risultati di controllo della diffusione pandemica nei Paesi come il nostro, in cui nonostante la nota “leakiness” dei vaccini per SARS-Cov2, l’evidente incompleta copertura vaccinale globale, e la nota possibilità di reservoirs animali [https://www.nature.com/articles/d41586-022-00215-2] per un virus capace di salto di specie [https://www.science.org/doi/10.1126/science.abb7015] fin dalla sua apparente origine zoonotica, si è spesso deciso di normalizzare la vita quotidiana sulla base di dati rassicuranti stagionali [https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0013935121002668] abbinati alla buona copertura vaccinale raggiunta su una popolazione amministrativamente ben identificata (i.e. cittadini/residenti italiani), con la realizzazione di alcune “ondate epidemiche” ed un costo umano ancora non del tutto chiarito [https://www.nature.com/articles/d41586-022-00414-x].


Così, nel 2022 mentre il mondo ancora cerca di controllare il COVID-19, siamo anche pienamente coscienti del fatto che i futuri focolai della malattia X sono inevitabili, che ad esempio i beta coronavirus (quelli che causano SARS e MERS) sono associati a tassi di mortalità del 10-35% (25-88 volte peggio di COVID-19) e che i coronavirus circolano ampiamente in ampi serbatoi degli animali (ad esempio nel 2017, uno scenario elaborato dal Johns Hopkins Center for Health Security prevedeva per l'anno 2025 una nuova pandemia di coronavirus, che avevano chiamato SPARS-CoV-1 [https://stars.library.ucf.edu/jicrcr/vol3/iss1/4/]).

Il nostro mondo interconnesso ci ha reso più vulnerabili che mai alla rapida diffusione di nuove malattie infettive emergenti. La rapida urbanizzazione, la deforestazione, l'agricoltura intensiva, le pratiche di allevamento del bestiame, il cambiamento climatico e la globalizzazione stanno aumentando le opportunità di contatti tra animali e di trasmissione di malattie da uomo a uomo su scala globale. Ed è deprimente vedere come la negazione del Covid19 abbia seguito pressoché la stessa traiettoria della negazione del cambiamento climatico a cui la malattia X si associa: > Non è reale > È vero ma non è così temibile > È reale e brutto ma non c'è niente che possiamo fare > Potremmo fare qualcosa ma ci darebbe fastidio (e soprattutto aiuterebbe i più vulnerabili [https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33678695/] quindi tutto sommato i guadagni per la quota “inclusa” della società sono marginali?)


Cosa possiamo fare allora?


Certamente, possiamo ricordarci alcune lezioni del secolo passato, e concentrarci nuovamente sui determinanti geografici/logistici di esposizione al rischio, ad esempio la qualità dell’aria degli interni pubblici  [https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2210670721002274] ed il suo monitoraggio per rendere visibile il livello di qualità/rischio degli ambienti condivisi al fine di facilitare tanto gli interventi quanto l’evitamento di esposizioni/affollamento [https://www.hse.gov.uk/coronavirus/equipment-and-machinery/air-conditioning-and-ventilation/identifying-poorly-ventilated-areas.htm].

E possiamo “sfruttare” la persistenza corrente del covid19 come un monkey-/stress-testing delle nostre infrastrutture di monitoraggio della salute pubblica/territoriale [https://www.statnews.com/2020/03/12/covid-19-huge-stress-test-electronic-health-record-systems/] e delle nostre procedure di infection control [https://www.mdpi.com/2072-6694/13/13/3283]. In particolare, invece di concepire le nostre misure in modo reattivo come è successo con la app Immuni, sarebbe auspicabile ridisegnare le infrastrutture che gestiscono i nostri dati attorno alla possibilità di federare i dati facendo perno su una gestione moderna e multilivello delle identità [https://www.agendadigitale.eu/documenti/arriva-leuropean-digital-identity-wallet-come-sara-il-futuro-dei-servizi-fiduciari-con-il-nuovo-eidas/] che si interfaccino con sistemi di privacy differenziale [https://www.degruyter.com/document/doi/10.1515/comp-2022-0230/html] a sostegno del monitoraggio ed analisi della salute dell’ecosistema da cui si raccolgono dati, con infrastrutture e servizi capaci di documentare e gestire la data provenance [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5961786/] con le sue implicazioni per la contestualizzazione dei dati nell’ambito del proposito/modello che li ha generati, e dei consensi/mandati ad essi conseguentemente associati, e con sistemi di etnografia digitale [https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/1525822X20908236] disegnati appositamente per la caratterizzazione delle pratiche emergenti in collaborazioni distribuite sul territorio e spesso/inevitabilmente coordinate in remoto, facilitanti l’emergenza di una intelligenza distribuita a misura umana, e non unicamente su machine learning con i suoi limiti teorici [https://codowd.com/bigdata/misc/Taleb_Statistical_Consequences_of_Fat_Tails.pdf & https://ftp.cs.ucla.edu/pub/stat_ser/r502-reprint.pdf]  e ancora oggi pratici [https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(22)00235-5/fulltext]... i secondi idealmente più trattabili in un ecosistema di dati in cui l’accesso a scopi di ricerca e validazione potrebbe essere reso più sostenibile da servizi a sostegno della governance come quelli appena menzionati.


La minaccia che una malattia X infetti la popolazione umana e si diffonda rapidamente in tutto il mondo è più grande che mai [https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/] e lasciare che la pandemia da covid19 sia una ferita nelle nostre memorie e non un’occasione di accelerare e reindirizzare la crescita delle nostre strategie e strumenti di gestione della sanità pubblica, come invece ha fatto per lo R&I biotecnologico, sarebbe una grave colpa verso il nostro futuro.









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